Breve riassunto della giornata per i più vagabondi che non leggeranno fino alla fine questo post.
- Sveglia traumatica
- Scalata alla Grande Muraglia Cinese (in maglia rosa)
- Tour nei negozi di elettronica di Pechino
- Acquisto di una macchina fotografica attraverso Google Translate
- Esempio di utilizzo di carta di credito Visa in negozio con targetta ufficiale “Visa - Official Partner for Beijing 2008 - Accepted here”
- Welcome party
Le foto (che caricherò anche prossimamente) mi possono aiutare nel raccontare questa stupenda giornata.
Sveglia traumatica. La sera prima faccio tardi per parlare in italia con l’antropologo e seguire l’ultima giornata del campionato italiano di calcio. Punto la sveglia per le 8 di mattina, se non ricordo male. Preciso che non toccavo un letto da due giorni. La notte tra venerdì e sabato l’avevo fatta in dritto al Magazzino Parallelo, quella successiva era scivolata via, da neoretrocesso, nei cieli dell’Unione Sovietica, in volo verso Pechino. Ero comprensibilmente distrutto. Sento un suono strano, non capisco cosa sia, mi sveglio e poi decido prudentemente di lasciare il mondo com’è. Di nuovo quel suono. Capiscono che stanno suonando alla porta della mia camera d’albergo. Apro la porta e quando mi comunicano l’orario, scopro che sono le 9.20. Tiro un paio di accidenti e prometto di essere nella hall in 10 minuti, il tempo di vestirmi: ci aspetta un pullmino per portarci alla grande muraglia. Penso di aver dormito così profondamente da non aver completamente ignorato “Rayo Vallecano“, la canzone che mi fa da sveglia con il telefonino. Lo accendo per controllare se avevo effettivamente puntato la sveglia e la risposta è affermativa: orario inserito correttamente. Unico problema: il telefonino era ancora sincronizzato con il fuso di Cesena. Ergo se fossi stato lasciato dormire sarei stato svegliato semplicemente con 6 ore di ritardi. Incominciamo benissimo.
Scalata alla Grande Muraglia Cinese (in maglia rosa). Non so se gli americani ed i giapponesi siano in grado di provare la stessa cosa di fronte al Colosseo, ma confesso di essere stato davvero emozionato al momento dell’arrivo alla Grande Muraglia, a circa un’ora di auto dal nostro albergo, collocato a nord di Pechino. Non ricordo esattamente il nome del settore di muraglia che abbiamo scalato: comunque è un tratto ben mantenuto. Non tutti gli oltre 5000 km di muraglia sono infatti perfettamente conservati. La guida ci lascia alla base della vallata. Alziamo lo sguardo e c’è da salire un bel po’. Non abbiamo troppo tempo, altrimenti ci sarebbe la possibilità di fare il giro della vallata, salire da un lato e scendere dall’altro. Sfoggio la mia maglietta rosa “88° Giro d’Italia“, che mi pare piuttosto adatta alla circostanza. Si parte. I primi tratti sono affollati da altri turisti, ma man mano che si sale il traffico si dirada. A metà strada c’è anche una bancarella che promette di vendere il certificato “Ho scalato la Grande Muraglia“. Facile mettere il negozio a metà strada, mettetelo in cime, e poi vediamo chi ci arriva. In realtà, a parte l’irregolarità degli scalini e la pendenza a tratti molto accentuata, non c’è alcuna difficoltà nel compiere la scalata. C’è solo da fare un po’ di fatica, ma è poco più che una passeggiata di salute. A fine giornata i tendini delle caviglie mi faranno un po’ male, così come i quadricipiti femorali, ma penso sia dovuto al movimento ripetuto che si compie nello salire uno scalino. Anche la discesa, da un punto di vista muscolare può essere impagnativa, e gli scalini lisci possono creare qualche difficoltà, ma nulla di serio. Una qualsiasi ferrata o camminata alpina è certamente più difficile di questa ascesa. Salendo aumenta anche il vento: non tutti arrivano in cima, ma lo spettacolo che si ammira dalla vetta è davvero bello. Dedicato a Manico: abbiamo scalato anche questa volta l’ultima montagna. Al ritorno ne approfitto per prendere un po’ di merchandising cinese: due t-shirt (avete capito che sono la mia passione) di Mao con la scritta “Servire il popolo” in ideogrammi cinesi ed una con i volti dei Cinque Maestri. Acquisto anche una borsa sempre con il faccione di Mao e la stessa scritta, simile a quella indossata in Perù da Cameron Diaz che fece arrabbiare un bel po’ di peruviani che intesero il gesto come un atto di sostegno a “Sendero Luminoso“. Mi riprometto di prenderne una copia uguale anche di quel modello, con la stella rossa al posto di Mao.
Tour nei negozi di elettronica di Pechino. Al pomeriggio si decide di andare a fare un tour in un apparente mega centro commerciale specializzato in elettronica, almeno come spiegato dalla Lonely Planet. Innanzitutto scopriamo che non si tratta di un megastore di quelli ai quali siamo abituati noi, tipo Marcopolo (che da queste parti, evidentemente, ci starebbe anche bene) o Unieuro. Si tratta di tanti piccoli negozietti, con i brand bene in vista. Un po’ come la fiera dell’elettronica a Forlì, solo in pianta stabile, e magari con qualcosa di più consumer e meno da smanettone. Notiamo che i prezzi sono uguali a quelli italiani: l’Iphone costa 4000 yuan (circa 400 euro), la Wii 2000 yaun, e così via. Appena passo davanti ad uno di questi negozi, orde di ragazzi cercano di catturarmi per portarmi all’interno. Sono in un numero spropostitato. I negozi più piccoli non saranno più di 6 metri quadrati, eppure ovunque sono in almeno 2-4. Ovviamente la produttività del singolo è bassissima, ma qui in Cina notoriamente il costo del lavoro non è dei più alti.
Acquisto di una macchian fotografica attraverso Google Translate. Addocchio una macchina fotografica della Panasonic, modello Lumix, lenti Leica con apertura dell’obiettivo fino ad 88 mm, modello DMC-FX30. Costo stimato, circa 1850 yaun, ovvero 180 euro o poco meno. Memore di discussioni precedenti con altri italiani, tento di informarmi sulla garanzia: sarà internazionale? Perchè se l’assistenza è garantita solo in Cina, è un po’ una fregatura. E qui sorge il grande problema: praticamente nessuno, con buona approssimazione, parla e capisce l’inglese. Il cinese non è una lingua indoeuropea, per cui a differenza dell’italiano o dello spagnolo, non si può fare affidamento nemmeno sulla radice simile delle parole più importanti. E’ proprio tutta un’altra storia. E poi la conoscenza dell’inglese presuppone probabilmente una buona istruzione, e chi ha studiato riesce a trovare anche un’occupazione migliore del semplice commesso. Warranty, ci provo. Nulla. I tre ragazzi (un ragazzo e due ragazze) mi guardano con facce basitissime. Tutt’al più mi sorridono e mi fanno sì con la testa. Sì un cazzo, ho chiesto se c’è la garanzia internazionale. Ma non capiscono. Non mi agito, non ce n’è motivo. Chissà come faranno fra due mesi e mezzo per le Olimpiadi, come comunicheranno coi turisti. Vabbè, mi viene una prima idea. Magari nella scatola c’è la garanzia, anzi sicuramente ci deve essere, basta farsi dare la scatola. Quasi un gioco da ragazzi. Proprio. Con le mani cerco di rappresentare una scatola. Capisco di essere davvero un bravo mimo quando dopo appena pochi gesti il ragazzi prende effettivamente la scatola e la apre. Spacchetto tutto ed arrivo e leggo i vari documenti. Il più indiziato foglio della garanzia è solo in cinese. Benissimo, sono uno dalle mille risorse. Chiedo di avere accesso ad un computer con internet. C’è un quarto ragazzo nel negozietto, che sta giocando con un pc. In ogni negozio sembra esserci un ragazzo che gioca col pc. La mia idea è quella di comunicare attraverso Google Translate. Vado in Google e poi in Google Translate ma è tutto in caratteri cinesi, e non so come selezionare l’inglese. Tiro un accidente. Ritorno indietro, digito qualcosa del tipo “Google Translate English version” e finalmente riusciamo a comunicare. Gli chiedo se la garanzia è internazionale, e lui risponde di sì. In effetti, valuto, la domanda non avrebbe meritato tutta quella fatica: anche se ci fosse scritto chiaramente nel foglietto che la garanzia è per la sola Cina, io non avrei mai potuto leggerlo. Gli faccio qualche altra domanda, gli chiedo se posso pagare con la carta di credito. Mi dice di sì, poi prende un foglio di carta e inizia a far degli strani disegni. Mi vuole comunicare che con la carta di credito c’è una tassa del 4% su ogni transazione, e che quella tassa (a differenza dell’Italia, se non erro) spetta a me. Pago in contanti, gli propongo anche un prezzo leggermente inferiore (uno sconto di tipo 5 euro, avrei potuto chiedere forse di più) e pago. Diciotto banconote rosse da 100 yuan l’una con il faccione di Mao sempre imperturbabile. Magari avrò preso anche una fregata, ma la macchina fotografica presa a Beijing con l’ausilio di Google Translate sarà per sempre una di quelle cose da raccontare a nerd di tutte le età ed estrazioni.
Esempio di utilizzo di carta di credito Visa in negozio con targetta ufficiale “Visa - Official Partner for Beijing 2008 - Accepted here”. La tappa successiva prevede, da parte di una persona che è con me, l’acquisto di un Ipod shuffle da regalare ad un parente. Dopo un po’ di peregrinare trova quello giusto e, sempre a gesti, si accinge a pagare con la carta di credito. In bella evidenza c’è la targhetta con il logo delle Olimpiadi con la scritta “Visa - Official Partner for Beijing 2008 - Accepted here“. Lo dicono loro che le accettano, si preparano per il grande evento. Tra le altre cose lui vuole anche provare l’Ipod prima di portarlo via, perchè in queste condizioni è difficile tornare e reclamare la sostituzione del prodotto difettoso dalla fabbrica durante le prime due settimane dall’acquisto. Prova a chiedere alcune cose, ma senza successo. Reclama come me un computer per usare Google Translate. Un tizio sta giocando e non ci concede il suo pc. Pazienza, facciamo senza. Decide comunque di acquistare il giochino Apple. Estrae la sua bella carta di credito Visa, e un lampo di terrore s’accende nel 4-5 commessi che avevano condotto la vendita (il negozio è più ampio degli altri, e ce ne sono almeno una dozzina: uno addirittura dorme sul divano). Passa qualche minuto in cui tentano di spiegarci qualcosa. Alla fine uno ragazzo dice alla ragazza di portarci da qualche parte. Lei fa cenno di seguirla, fa due passi e si ferma. Poi ripete la scena. Prima che lo faccia una terza volta con la mano le faccio strada e le dico “dai, va là, vai avanti!“. Credo che capisca, perchè poi parte e non si ferma più. Esce dal negozio, scende le scale mobili, esce dal centro commerciale. Iniziamo a guardarci straniti, curiosi di sapere dove ci stia portando. Entriamo in un vicino palazzo, probabilmente da un’entrata secondaria, dove la gente sta caricando e scaricando scatoloni di bene elettronici. Scendiamo altre scale, passiamo altri negozi, fino ad entrare da un esercente probabilmente convenzionato con il primo. Distante qualche minuto a piedi. Non è finita. Dobbiamo spingerci fino in fondo al negozio per trovare uno stanzino di nuovo con il cartellino “Visa - Official Partner for Beijing 2008 - Accepted here“. Questa volta è vero. Compra l’Ipod, riesce anche a provarlo, chiede della garanzia (senza successo). Nel frattempo io vedo un distributore di acqua da ufficio. Ho sete, prendo un bicchiere e mi verso l’acqua. Vado per berla, quasi urlo: è bollente. Diobono, cazzo se ne faranno dell’acqua calda: forse per il tè. Non faccio tempo a cambiare rubinetto che una commessa vede la scena e si precipita ad aiutarmi. Ha visto che scottava il mio bicchiere: ne prende uno nuovo e ci mette l’acqua fredda. Dai dammelo, adesso, che ho sete. penso. Invece all’improvviso, guarda, sorride, e gli mette anche l’acqua dell’altro rubinetto, quella calda. No, cazzo fai, mi sorride ancora, e poi di nuovo acqua fredda, e tutta trionfante mi porge il bicchiere. Sbigottito, non mi resta che ringraziare e bere davanti a lei almeno un sorso di quella miscela schifosa.
Welcome party. La giornata si conclude con il party sul prato davanti all’albergo di apertura della conferenza. Il cibo naturalmente è inqulificabile. Commetto l’errore, da vero principiante, di farmi ingannare dalla pasta presente, delle farfalle. Ne prendo un piatto abbondante, ma mi basta una forchettata per lasciare tutto lì: cotte, stracotte, bollite. Una delle mie fortune è che va molto il cocomero, ed a me il cocomero fa letteralmente impazzire. Mi salvo con quello. Poi, stremato, finalmente a letto.



