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Pacifinti, Politkovskaja e Tibet: idee preconfezionate per una sinistra da ipermercato

November 27th, 2008 · 2 Comments

Avete presente il concetto di fast food, cibo veloce, già pronto da consumare, in pochi minuti, nessuno sforzo nè sbattimento per cucinare e pulire? Si consuma, si paga e via. Di nuovo a produrre. Bene, il concetto, importato dall’america di Obama, è lo stesso applicato con successo al giorno d’oggi nel campo della politica “di sinistra”. Virgolette obbligatorie, ovviamente, perchè per chiamare sinistra quella italiana ce ne vuole di pelo sullo stomaco. Il ragionamento è lo stesso, ed estremamente semplice: si confeziona qualche bel concetto, facile da apprendere e facile da digerire, lo si rende appetibile con l’aggiunta di qualche conservante e lo si presenta al proprio elettorato come la più raffinata prelibatezza ideologica. I vantaggi per i consumatori sono molteplici: non occorre compiere alcuno sforzo cognitivo autonomo, nessun ragionameno, nessun collegamento, nessun dibattito, nessuna polemica, nessuno scontro interiore: è tutto già lì, bello pronto, il concetto sinistrorso, per essere condiviso e propagandato.

Un trionfo del minimalismo radical chic, del buonismo democratico, dell’impegno sociale da salotto, della cultura da ipermercato (ovviamente Coop).

Di esempi ne abbiamo a bizzeffe, ma in questa sede mi voglio soffermare su due che più di ogni altro uniscono Pd e Rifondazione, disobbedienti e boy scout, centri per la pace e circoli acli, parrocchie liberal e osterie radical. Mi riferisco alla divinizzazione di Anna Politkovskaja ed allo sventolio di bandiere del Tibet.

Tibet. Indipendenza per il Tibet! Tibet libero! Viva il Dalai Lama, uomo di pace! Quante ne abbiamo sentite, specialmente in questo olimpico 2008. Bandiere della pace affiancate a quelle del Tibet, convegni, incontri, dibattiti, servizi televisivi: tutti questa estate abbiamo parlato del Tibet. Ovviamente al primo che ti sventolava la bandiera tibetana in faccia se provavi a chiedere dov’è il Tibet nella migliore delle ipotesi ti rispondeva, con sapore quase autoironico, “in Cina”. Ma tutti, e dico tutti, eravamo esperti di questioni tibetane. I cinesi erano i cattivi, ed i poveri monaci tibetani le vittime indifese. Addirittura mi sono dovuto sorbire la scena, durante l’ultimo Tour de France, dell’allora maglia gialla Cadel Evans, australiano, che correva con la casacca aperta e sotto il vessillo tibetano. Senza che nessuno gli abbia fatto notare che, essendo lui australiano, avrebbe fatto magari una figura migliore ad indossare un tshirt con la scritta “Diritti e dignità per gli aborigeni”, tanto per rimanere in casa sua. Ma va bene, il piano statunitense per far pressione contro la Cina è stato assimilato più in fretta dalla sinistra che dalla destra, creando una convergenza surreale. E nessuno, e questo è il vero dramma, si è mai chiesto perchè diavolo il Tibet dovrebbe essere indipendente dal resto della Cina? Perchè il Tibet non può essere considerato una regione qualunque della Cina? Ringrazio il compagno Qiang per avermi segnalato questo video che spiega efficacemente, in sei punti, la cosiddetta questione tibetana. O meglio, la smonta. Impietosamente.

Il video si intitola: “Perchè il Tibet è stato, è e sempre sarà parte della Cina“. Seguono le sei argomentazioni.

  1. La Cina non è una nazione composta da una sola etnia, bensì da 56 diverse popolazioni, Han (in maggioranza), Coreani, Mongoli, Tibetani, etc. E questo smonta ogni pretesto per separare il Tibet su base razziale: la Cina è un paese multiculturale (si fa l’esempio del Canada).
  2. Il Tibet è da migliaia di anni parte della Cina. Vengono mostrate le mappe delle varie nazioni cinesi che si sono succude nei secoli. Si parte dalla dinastia Yuan (dal 1271 al 1368) e si vede già che il Tibet era una regione del regno cinese, così come coi Ming, Qing, Repubblica Cinese e Repubblica Popolare Cinese. La parte davvero divertente della cosa – sottolinea l’autore del video – è che il Tibet era già parte della Cina prima ancora che Stati Uniti, Canada, Australia  e Nuova Zelanda fossero scoperte dagli europei.
  3. Nel 1903, durante la dinastia Qing, i britannici presero il controllo del Tibet, trattando i tibetani come schiavi (seguono alcune cruente immagini dell’epoca).
  4. Prima del 1950, quando i cinesi ripresero il controllo della regione, il Tibet era comandato dai monaci diretti dal Dalai Lama, il quale mantenne un governo di tipo schiavista. Pensate veramente – è la domanda retorica che segue – che il Dalai Lama sia oggi contento visto che ha perso tutti i privilegi di cui godeva in quel periodo?
  5. Il Dalai Lama era ed è finanziato dalla Cia per separare il Tibet dalla Cina (nota mia: materialmente l’agenzia che oggi si occupa di finanziare il cosiddetto governo in esilio del Tibet è la Ned, creata da Reagan negli anni ’80, National Endowment for Democracy). Negli anni ’50 la Cia ed il governo britannico costrinsero l’India ad accettare ed a finanziare il Dalai Lama e la sua corte.
  6. Il governo cinese spende ogni anno 40 milioni di dollari in Tibet per costruire infrastrutture, scuole, ospedali, edifici. Una eventuale indipendenza, naturalmente, lascerebbe il Tibet anche in grave crisi economica, visto che non sarebbe per nulla autosufficiente. Molto bello il messaggio che segue; fate attenzione, la Cina non  è la Jugoslavia, se questo è quello che state cercando di fare. Poi alcune domande retoriche: perchè gli inglesi non danno l’indipendenza a Scozia e Irlanda, i canadesi al Quebec, gli Usa al Texas, i giapponesi ad altre due regioni, perchè gli australiani non lasciano vivere gli aborigeni e non se ne ritornano in Europa come tutti gli altri? Se non lo fanno loro, perchè pretendono che lo facciano i cinesi, quando la storia cinese del Tibet è più antica di tutte le loro messe insieme?

Capitolo Politkovskaja. Siccome so già di essere stato prolisso, quoto direttamente Fulvio Grimaldi, in uno dei suoi soliti, riuscitissimi, articoli, “Eroina dimenticata o arnese della Cia?” del quale consiglio la, pur non facile, lettura. Ma ne vale la pena.

Basterebbero già stile e argomenti del cuculo, ma la pietra tombale su menzogne, rovesciamenti, illazioni e allusioni la mette la stessa Anja Politkovskaya. Intima del giro e delle bisbocce di delinquenti e rinnegati del giro malavitoso di Boris Eltsin, anche al tempo della prima guerra di Cecenia, questa Emilio Fede della lobby ebraica russa passa a un martellante lavoro contro Putin proprio nella fase della ricostruzione del paese depredato e umiliato e della progressiva pacificazione della Cecenia, sottratta al destino di non-Stato-colonia della Exxon e della Nato. Non scrive solo per media nazionali sponsorizzati dagli ex-oligarchi, in parte fuggiti all’estero con i miliardi rubati e sospettati – questi con qualche sostanza – di ordinare la serie di assassini e attentati che puntano a demonizzare il governo russo. Lavora soprattutto per Radio Liberty e Radio Free Europe, organi della Cia allestiti ai primordi della guerra fredda per sparare propaganda contro l’Urss e addirittura potenziati al momento in cui le armate occidentali, attraversando e normalizzando la Jugoslavia, si accingevano a stringere d’assedio l’Oriente. Datore di lavoro la Cia, ufficiali pagatori la NED (National Endowment for Democracy), affiancata da Reagan alla Cia negli anni’80, e il bandito della speculazione e destabilizzazione internazionale e agente sionista George Soros. Non per nulla la Politkovskaya è cara oltre ogni misura a quella congrega di agitprop dell’imperialismo, finanziata dallo stesso Soros e dalla mafia cubana di Miami, che sono gli strasputtanati Reporters Sans Frontieres. Basterebbe questo e basterebbe, infine, il metodo cartesiano che collega la causa all’effetto e apre la strada alla logica del cui prodest, a chi conviene. A chi conveniva l’assassinio della giornalista anti-Putin, a chi quella dell’agente rinnegato Litvinenko, a chi la destabilizzazione della Cecenia? A chi gli attentati dell’11/9 e tutta l’osamabinladeria? Chi ne ha tratto frutto? E, badate, qui nessuno nega che la Russia oggi sia un paese a capitalismo di libero mercato, seppure con una crescente spinta all’intervento di recupero pubblico nelle aree strategiche dello Stato. Non c’è, purtroppo niente di ideologico da difendere. C’è, però, qualche verità da ristabilire, qualche correttezza professionale da ricuperare, qualche strategia imperialista della satanizzazione dei soggetti non domi da smascherare. Diciamo solo che oggi ci sia la Russia giova alla sopravvivenza dell’umanità.

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2 responses so far ↓

  • 1 giovanni // Nov 28, 2008 at 10:39 am

    Su suggerimento del buon antititino Eric, ti segnalo questo articolo apparso su La Stampa domenica scorsa.

    “Guerra fredda per l’Asta rossa
    Divise di Stalin e medaglie di Lenin contese da misteriosi prestanome
    In vendita a Genova i cimeli dell’Urss”

    MIRIANA REBAUDO, GENOVA. Il clima e’ discreto, anzi di piu’: c’e’ un’aria a meta’ tra il mistero e la «guerra fredda». Nella sala al piano padronale di Palazzo Cattaneo, nella piazzetta omonima del centro storico di Genova immediatamente alle spalle del Waterfront, Urss e Patto di Varsavia sembrano essere rinati e, con loro, anche i segreti dell’Oltrecortina che, davanti alla storia, soprattutto militare, ancora oggi sembrano infittirsi. Qui, la casa d’aste San Giorgio, specializzata in lotti storici e militareschi (di recente ha organizzato una «battuta» dedicata a Garibaldi), sta mettendo in vendita «Ordini, decorazioni, uniformi, militaria e cimeli dell’Urss e dei Paesi socialisti»: 1310 lotti di quando il mondo era diviso in due blocchi ben distinti, l’Occidente e l’Est. Alle 10,10, quando si parte, in sala ci sono venti persone, divisi in gruppetti di 4-5 persone, tutti russi o delle repubbliche dell’ex galassia sovietica, ma c’e’ anche qualche esponente dell’ex Germania Est, dell’ex Cecoslovacchia, della Polonia e dell’Ungheria. Nostalgici? No, ad esserlo semmai e’ il solo italiano che a fine giornata portera’ a casa, ad Imperia, un ritratto di Lenin e qualche onorificenza. Non dice il nome (ci si identifica attraverso i numeri) ma sicuramente dal Pci non dev’essere approdato al Pd. I concorrenti dell’Est sono tutti prestanome delle istituzioni dei loro Paesi, desiderosi di riportare in Patria i cimeli della loro storia, che aveva visto iniziare la fine con la caduta di un Muro, quello di Berlino. E vogliono farlo in sordina, senza troppe parole e soprattutto senza ostentazione. Piu’ riservati ancora di loro sono quelli che, sempre attraverso «teste di legno», partecipano alla vendita all’incanto via Internet. «E’ l’asta live», dicono gli organizzatori e un po’ rallenta i lavori ma sicuramente contribuisce ad animare le battute. «E’ la prima asta del genere non solo in Italia – raccontano alla San Giorgio -. Contemporaneamente, se ne stanno tenendo altre due a Londra ed una a Parigi» e non e’ difficile immaginare che, via Internet, ci sia qualche occhio stile «grande fratello» che sta seguendo le quattro aste, dando indicazioni, suggerimenti o stoppando rilanci giudicati non fondamentali. Su un altro livello e’ un po’ quanto succede anche in sala dove ogni gruppo oltre al «rilanciatore» e a chi tiene conto dei vari lotti via via battuti ha anche il telefonista, praticamente in contatto continuo con l’«entita’» che e’ poi il vero acquirente. Funzionari ministeriali, molto probabilmente, che pensano sia arrivato il momento di rievocare la grandezza dell’Urss e dei suoi satelliti attraverso qualche museo. Ma non basta: ad animare gli acquirenti ci sarebbe anche un sentimento di rivalsa verso quell’italiano che, tra il 1986 e il 1992, anno della fine dell’Unione Sovietica, e’ riuscito a mettere insieme migliaia e migliaia di pezzi storici, molti anche rari o importanti. Un diplomatico? Un uomo d’affari? L’identita’ e’ misteriosa, di certo uno con grandi entrature nell’ex Patto di Varsavia che stava declinando. Via via che i lotti vengono battuti una cosa appare chiara: Stalin non e’ piu’ al centro degli interessi, tanto che la sua divisa originale estiva non provoca grandi rilanci e dal prezzo iniziale di 25 mila euro, viene aggiudicata a 30 mila. La stessa cifra – ma si partiva da 20 mila – pagata per la medaglia dell’Ordine di Lenin. Lenin, insomma, «batte» Stalin. Ma anche Breznev (all’asta finiscono ben tre sue divise) ha estimatori che non si spingono granche’. Da un cliente on line arriva il colpaccio della giornata: 130 mila euro per la rarissima decorazione dell’Ordine della bandiera rossa del lavoro, con tanto di falce e martello, in argento e smalti rossi. Partiva da 9 mila euro e provoca una battaglia serrata a piu’ contendenti, finche’ dalla «rete» giunge il rilancio definitivo. Chi l’avra’ acquistata? Un miliardario russo sembrerebbe escluso, un collezionista e’ gia’ piu’ probabile, visto che proprio le onorificenze sono i lotti che hanno piu’ mercato. Ma ad aggiudicarsi la rarissima bandiera rossa (ne furono coniate pochissime, e ancor meno furono distribuite) quasi certamente e’ stata un’istituzione dell’ex Urss. Misteri e certezze dall’«asta rossa».

  • 2 Manuel // Nov 29, 2008 at 12:24 am

    Apo, Porko Diaz, ma se anche la CIA paga il Dalai Lama, se anche la Cina nel Medio Evo s’è conquistata il Tibet, ciò non toglie che Tibetani e Cinesi sono 2 popolazioni diverse (anzi 56), con culture differenti e che la Cina sta conducendo una forma di imperialismo economico e culturale sul quella terra.
    Dal momento che proprio il video riconosce la differenza di etnia di un popolo che vive tra l’altro in uno stato bello grande (neanche uno sputo come il kossovo)… non vedo perchè debba dover far parte della Cina se la gente non lo vuole.
    In Tibet come in Cecenia ci sono 2 poteri che si contendono ricchezze e territori.
    Nel mezzo 2 popolazioni che probabilmente vogliono solo vivere tranquille, senza veder calpestata la propria cultura e libertà nel caso del tibet.

    Sulla Politkovskaya: ho ben in mente tutti gli articoli sulla guerra in Cecenia che ha pubblicato. Ben documentati, approfonditi. Che si provi o meno una nostalgia per l’URSS ormai scomparsa, forse si può argomentare con più onestà [perlo di Grimaldi che spesso mi sembra troppo a senso unico].
    Se anche ha lavorato in quegli organi di stampa, e non ho elementi per dubitarne, le violenze che le truppe russe han commensso in Cecenia e che lei ha racontato, hanno meno peso? Tutti gli stupri e i massacri delle truppe filo-russe dei Kadyrov padre e figlio, le loro elezioni taroccate … tutto ciò passa in secondo piano e diventa fregnaccia spacciata dalla Cia? Perchè mi sembre sottointendere questo.

    E cazzo, quel video che hai postato è un ottimo esempio di propaganda :)
    Bei concetti con 2 righe di spiega a favore della tesi presentata… bastano per dare la cifra di quello che è il problema? Secondo te son sufficenti per credere ciecamente che il Tibet è Cina e la Cina ha il diritto di tenerselo stretto con le armi?
    Mi stupisce che tu, così sgamato in generale, prendi per buona della pura e semplice propaganda solo perchè filo-cinese. Quel video non dimostra niente.
    Sono pronto a partire con te per un viaggio in Tibet, quando torni e quando mi sarò laureato, la prossima primavera. Così vediamo sul campo, Porko Diaz!

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