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Fotovoltaico, comunque sia va bene

February 25th, 2012 · 6 Comments

Febbraio 2012, Italia, piena crisi economica (delle banche). Si parla di fotovoltaico. Il Quinto Conto energia sembra alle porte ma il governo del kompagno (di merende) Monti ancora non lascia intuire la sua reale intenzione. Dall’est europa come ad ogni inverno arrivano minacce di tagli alle forniture di idrocarburi e da noi è servito un referendum per bloccare l’idea balzana di costruire nuove centrali nucleari.

L’Italia ha preso parte all’invasione della Libia, uno dei principali fornitori di energia, ed è ancora presto per stimare i danni (in termini di aumento della spesa per l’acquisto di gas e petrolio) provocati da tale scellerato intervento. Spingere sul fotovoltaico (così come in generale sulle energie rinnovabili) sembrerebbe naturale e doveroso. Oltre alle lobby pro-nucleare, pro-carbone e simili, ci sono due nemici da combattere: 1) le banche 2) gli ambientalisti “romantici”.

Per quel che riguarda le banche, il problema è che sono troppo in crisi e spaventate dall’idea di un possibile default dell’Italia per fare credito a chi vuole installare impianti fotovoltaici. Benchè mediamente in cinque o dieci anni le banche abbiano la possibilità di rientrare ampiamente dal finanziamento effettuato contando solo sui meri incentivi del Gse, questi istituti (mi censuro l’aggettivo) vogliono rischiare meno di zero. Rischiare zero significherebbe dire: perdiamo i soldi solo se va in fallimento il Paese e non è più in grado di corrispondere gli incentivi dovuti e chi ha contratto il finanziamento non ha beni tangibili su cui rivalersi. Per cui oggi è quasi impossibile installare impianti fotovoltaici di mede dimensioni per privati cittadini e piccole/medie imprese (in attesa di valutare i fondi Kyoto)

Va sottolineato – come nel caso più generale del credito alle imprese – le banche vengano ancora una volta meno alla loro supposta funzione sociale/economica. Mentre Monti, Draghi e tutta l’Europa si sbatta per salvarle (del resto non hanno mica salvato i privati che avevano comprato Bond Argentini, perchè salvare banche che hanno titoli greci?), loro approfittando i prestiti dalla Bce all’un per cento di interesse (ma vi rendete conto? Credo solo i miei genitori potrebbero prestarmi soldi senza praticamente volere alcun interesse), loro usano questi soldi per sistemarsi i conti anzichè re-investirli nel territorio.

Ovviamente una banca privata ragiona seguendo interessi privati ed è per questo che le banche andrebbero nazionalizzate senza pietà e gli attuali manager anzichè fatti ministro (vero Profumo? Tanto valeva avere la Carfagna…) andrebbero spediti in vacanza nella Russia centrale/asiatica.

La seconda fonte di problemi per il fotovoltaico (a terra) è data dal romanticismo di certi ambientalisti che si battono contro l’uso non agricolo di terreno agricolo, chiedendo di vietare quindi gli impianti a terra. Terreni non coltivati diventerebbero emettitori C02 – sostengono – e parallelamente inaridirebbero per le mancate precipitazioni assorbite e sarebbero “ecologicamente persi”.

È necessario ora fare una distinzione: l’Italia non è il Brasile, dove si convertono coltivazioni di cereali (ad uso alimentare e zootecnico, quindi) in coltivazioni di biocombustibili vegetali destinati al mercato nordamericano. In Italia (specie nel cesenate) l’agricoltura intensiva tradizionale (salvo il settore biologico) è in cresi da ormai due decenni e non sembra in grado di recuperare le posizioni perse a discapito di mercati come quelli spagnoli o nordafricani.

In Italia e specialmente in Italia paghiamo cinquant’anni di sfruttamento intensivo a livello agricolo del territorio, questo sì causa di impoverimento ecologico (e necessario ricorso a fattori chimici, con conseguenze anche letali), catalizzatore di fenomeni di subsidenza e, soprattutto in collina, di movimenti franosi.

Sia per ragioni quindi sia socio/economiche (il contadino potrebbe avere una nuova fonte di reddito) che ambientali (sopra illustrati) l’installazione di impianti fotovoltaici a terra (certamente non equivalenti alla loro cementificazione) è una soluzione quanto mai ottimale.

Sarebbe inoltre da incentivare l’installazione di impianti fotovoltaici a terra anche da parte delle Banche di Credito Cooperativo e dalle Casse Rurali ed Artigiane, per permettere anche ad ampi gruppi di persone, appartenetenti al paese o frazione di campagna, di partecipare in questi progetti in maniera tale da avere una sorta di microcredito redistribuito nelle aree rurali nell’arco di venti anni.

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Tags: Cesena · Italia

6 responses so far ↓

  • 1 Paolo Marani // Feb 25, 2012 at 9:02 pm

    Riguardo al fotovoltaico a terra, mi trovo in sostanziale accordo con te.
    Il rischio tangibile, al quale si è fatto fronte tramite una legge regionale, che limita di fatto al 10% il fotovoltaico a terra per il terreno agricolo di proprietà, era rivolto soprattutto alle sovvenzioni europee rivolte all’agricoltura, che rendevano conveniente SMETTERE di produrre alimenti e investire sul fotovoltaico come fonte di reddito (oltre che sulle ben peggiori biomasse per carburanti).

    SO di attirare gli strali di tanti ambientalisti, ma fatti salvi terreni correttamente gestiti e ben produttivi, l’installazione del fotovoltaico a terra in realtà MIGLIORA i terreni, persino quelli marginali. Non è vero che i pannelli impermeabilizzano il suolo, l’altezza da terra può essere calcolata in maniera che la gestione sia equivalente a quella della rotazione “a maggese”, per cui i pannelli possono essere spostati per occupare posizioni differenti nell’arco degli anni.

    Una volta rimossi, il terreno è migliore perchè i pannelli ne hanno protetto l’erosione dal vento, e non sono necessarie opere cementizie per installarli (bastano fittoni di acciaio).

    Fatto sta che esistono tanti capannoni e tanti terreni incolti e marginali (degradati) che possono essere sfruttati meglio di un terreno fertile e ben utilizzato per produrre cibo, pertanto ritengo sensato porre delle limitazioni dovute dal buon senso.

    Non ho ancora capito se sono un ambientalista romantico o meno, di sicuro il fotovoltaico a terra non mi scandalizza affatto.

  • 2 Leonardo Zattoni // Feb 27, 2012 at 2:53 pm

    Io sono d’accordo all’uso del fotovoltaico a terra, oltre che quello sacrosanto sui tetti. Ma ad una condizione: non si può lasciare privatizzare il sole. Gli incentivi non possono essere dati a quelle persone che, avendo già grossi capitali liquidi, possono permettersi di creare monopoli e cartelli, ieri sul petrolio ed oggi sull’energia solare. Le centrali solari dovrebbero essere quindi di proprietà statale, possibilmente municipale, e non dovrebbero essere gestite da privati ed i loro utili dovrebbero essere utilizzate per far diminuire l’importo delle bollette. Perchè il sole, come l’acqua, è un bene comune.
    Guarda che succede in Sicilia, dove il business dell’energia solare è in mano alla mafia.

    E poi bisognerebbe fare attenzione anche al geotermico, perchè in provincia di Siena ne stanno facendo delle belle. Oltre a sfruttare il geotermico naturale ( le terme naturali delle quali il nostro appennino abbonda ) stanno iniziando progetti volti a sfruttare il calore della crosta terrestre, scavando buche profondissime e larghissime che distruggono le falde acquifere fisicamente e le inquinano con gli agenti chimici usati per lo scavo. Inutile dire quanto ciò sia dannoso per l’agricoltura e per l’ecosistema.

  • 3 Paolo Marani // Feb 27, 2012 at 4:04 pm

    @Leonardo: Non me la sentirei di vincolare la realizzazione dei parchi fotovoltaici solo in centrali di proprietà statale.

    La possibilità di creare monopoli dei soliti noti sulle centrali solari è solo sulla carta, in quanto il “carburante” in questo caso è completamente gratuito. Inoltre, ci sono tantissime associazioni di privati che stanno dando un contributo positivo (e i cui proventi vanno ai cittadini, e non ad aziende private).

    Un esempio concreto è l’iniziativa “solare collettivo” http://www.solarecollettivo.it/ dove i cittadini si consorziano per realizzare grandi investimenti sul fotovoltaico sul modello delle public company. Oltre che i tanti GASE (Gruppi Acquisto Solidale Energia) che svolgono la stessa funzione.

    Oggi abbiamo bisogno di TUTTA l’energia possibile da fotovoltaico, se vogliamo vivere un futuro privo di nucleare e di carbone, si tratta di mettere in piedi delle regole decenti che facciano ricadere i benefici su tutta la collettività e non sui petrolieri senza scrupoli (che almeno nell’eolico si sono visti riciclare eccome).

  • 4 Lettere dalla Germania // Mar 17, 2012 at 12:29 am

    Prima di intaccare i terreni agricoli e non ce ne sono di capannoni in disuso, sfitti, da riconvertire in fabbriche solari. non solo fotovoltaico ma anche termosolare per piccole unità di teleriscaldamento nelle residenzialità limitrofe. Unitamente a pompe di calore e caldaie a biomasse.
    E’ necessario predisporre impianti flessibili nelle tipologie di comubustibile come ad esempio le caldaie a gas, cippato/residui di lavorazioni alimentari, gasolio (residui oleosi?).

  • 5 Lettere dalla Germania // Mar 17, 2012 at 1:05 am

    Libia, quel deserto «strategico»

    by Marinella Correggia

    Se il petrolio è una delle cause economiche dei bombardamenti Nato sulla Libia (e di tanti altri conflitti), chissà se anche per il Sole e il deserto si faranno guerre? O se la corsa allo sfruttamento energetico rinnovabile dei deserti assolati sarà pacifica?

    Il deserto libico è strategicamente situato e con il fotovoltaico potrebbe produrre energia a volontà per Europa e Africa. Nel luglio 2007 l’Arab Water World Magazine riportava uno studio commissionato dal governo della Germania, un paese Nato che a) non sta bombardando la Libia, b) nel solare investe moltissimo: ha una sua Sun Valley nella normalmente nebbiosa pianura fra Norimberga e Berlino, dove le industrie petrolchimiche pre-unificazione si sono riconvertite alla produzione di tecnologia solare, anche e soprattutto per l’export. Lo studio riferiva che l’Europa avrebbe potuto in alcuni decenni tagliare del 70% le emissioni di anidride carbonica – il principale gas serra – relative alla produzione di energia elettrica, e uscire dal nucleare, approvvigionandosi in energia elettrica presso i deserti della regione Mena, acronimo di Medio Oriente e Nordafrica: proprio l’area adesso incandescente, che ha circa il 57% di riserve provate mondiali di petrolio e oltre il 40% di quelle di gas.

    read more…
    http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=24798

  • 6 Lettere dalla Germania // Mar 17, 2012 at 1:23 am

    E.t.l.e.b.o.r.o:
    Desertec, gas e la guerra per le interconnessioni

    22 Ago 2011
    Per anni addormentata, l’Italia non ha saputo reagire alle conseguenze disastrose della guerra in Libia e della crisi statunitense, mentre diventano sempre più serrati gli attacchi della magistratura e della classe …

    Desertec. Con un bilancio di 400 miliardi di euro, il Desertec è un colossale progetto volto a costruire una rete di interconnessione elettrica tra il Nord Africa e l’Europa, alimentata da fonti rinnovabili derivanti dall’installazione di centrali solari ed eoliche nel deserto del Sahara, tra cui Algeria, Marocco e Tunisia. Gran parte della energia elettrica prodotta sarà distribuita in Europa per soddisfare il grande fabbisogno energetico. Per generare tali enormi quantità di energia elettrica sono state progettate gigantesche centrali solari nonchè elettrodotti ad alta tensione che passeranno sul fondale del Mar Mediterraneo. Secondo il progetto, l’elettricità generata in Africa comincerà ad alimentare la rete europea alla fine del 2015 per coprire il 15% del fabbisogno energetico europeo nel 2050. Nelle prime fasi saranno intrapresi i progetti di interconnessione tra Spagna e Marocco, e Italia Tunisia, A promuovere il progetto è stata nel 2003 la Desertec Foundation, fondata in Germania dal Club di Roma e dal National Energy Research Center Jordan, sulla base degli studi scientifici svolti dal Centro Aerospaziale Tedesco (DLR) e dalla Trans-Mediterranean Renewable Energy Cooperation (TREC). Il 13 luglio 2009, si sono aggiunte dodici aziende provenienti da Europa e Nord Africa, con l’intento di portare avanti una iniziativa industriale, che funge essenzialmente da lobbying. Il 30 ottobre 2009, viene fondata a Monaco di Baviera la joint-venture Desertec Industrial Initiative Dii GmBH, sottoforma di società a responsabilità limitata di diritto tedesco. La Dii si identifica con un consorzio di 12 società, a cui poi si aggiungono in un secondo momento altre 6, mentre al momento vi sono circa 20 azionisti, oltre poi a 35 partner.

    etleboro.blogspot.com/2011/08/desertec-gas-e-la-guerra-per-le.html

    http://etleboro.blogspot.it/2008/04/nabucco-e-south-stream-si-scontrano-su.html

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